Liberalizzazioni tra concorrenza e dumping al contrario – editoriale di Gaetano Stella Presidente di Confprofessioni.

I liberi professionisti italiani sono favorevoli alla concorrenza e alle liberalizzazioni. Ma non potranno mai accettare una deregulation selvaggia che comprometta la qualità della prestazione professionale. Da un paio di settimane è partita su diversi quotidiani nazionali una campagna sotterranea che prende di mira i professionisti, “arroccati” in difesa di presunte posizioni di rendita e di privilegi che impedirebbero quello scatto di crescita tanto necessario alla ripresa del Paese.  Prima ancora che tutta da dimostrare, è una tesi obsoleta, stantia, che sconfina persino nel luogo comune. E nasconde platealmente una profonda ignoranza della funzione del professionista nei complessi rapporti di natura economica con le imprese e con i cittadini. Uno dei cavalli di battaglia sbandierati dai sostenitori delle liberalizzazioni fa riferimento, per esempio, alle tariffe minime, abolite dalle “lenzuolate” di Bersani nel 2007, che avrebbero dovuto assicurare l’accesso alla professione dei giovani e innescare un virtuoso processo di competizione. A distanza di quattro anni, il tentativo di aprire il settore delle professioni alla concorrenza, puntando sui prezzi e non sulla qualità della prestazione, ha determinato un “dumping al contrario” che ha penalizzato i professionisti, soprattutto i più giovani. Secondo alcuni analisti, nel 2007 il volume dei redditi da lavoro autonomo degli iscritti agli Ordini professionali ammontava a 20 miliardi di euro. Alla fine del 2009 sono andati in fumo 6 miliardi di euro: un crollo del 30% in due anni. La crisi economica, poi, ha fatto il resto, innescando una violenta corsa al ribasso delle prestazioni professionali, sia nell’ambito delle attività tecniche come in quelle economiche, ben oltre i limiti tariffari, con sconti superiori al 50%. Se poi l’obiettivo delle liberalizzazioni del 2007 era quello di stimolare la ripresa economica del Paese, il flop è drammaticamente ancor più lampante. Dopo il crollo del 2009 (-5,1%), il Prodotto interno lordo nel 2010 si è assestato all’1,1% e le stime sul 2011 indicano una crescita del Pil pari allo 0,9%.  Se la crescita arranca, i dati sulla disoccupazione sono ancor più allarmanti, perché incidono direttamente sulle aspettative di lavoro dei giovani tanto nel settore produttivo quanto in quello intellettuale.

Non sono dunque le tariffe minime a impedire ai giovani l’accesso alla professione, come sostengono alcuni economisti, ma la cronica assenza di un disegno di riforma del sistema delle professioni che possa raccordare l’istruzione universitaria con l’avvio alla attività professionale. Né tantomeno sarà un’aspirina acquistata a mezzanotte in autostrada a risollevare le sorti dell’economia italiana, ma la capacità intellettuale di vedere nelle libere professioni gli interpreti di un profondo processo di rinnovamento sociale del Paese. Le aperture del mercato e le liberalizzazioni non possono diventare il pretesto per vanificare gli sforzi di oltre 2 milioni di professionisti, facendo terra bruciata intorno a competenze maturate con anni di studio e di esperienza, ma devono avere il coraggio di allargare la concorrenza su interi settori economici della pubblica amministrazione, che passano dalla filiera economico-giuridica a quella tecnica e ambientale fino a quella sanitaria. Occorre, dunque, valorizzare il patrimonio di conoscenze dei professionisti che, in un’ottica di sussidiarietà orizzontale e attraverso le loro competenze, possono contribuire a rendere più efficiente la macchina dello Stato, riducendo così il pesante deficit che zavorra il Paese.

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